Circa la necessità di difendere la cravatta (1)

Hugo JACOMET

Circa la necessità di difendere la cravatta (1)

Gentlemen,

oggi continuiamo la nostra esplorazione della miniera di suggerimenti contenuti nel libro “The Suit” pubblicando questo piccolo articolo (prima parte di una serie di tre) circa la necessità di difendere l’arte di portare la cravatta. A tale proposito vi consigliamo anche la lettura del capitolo 21 del pamphlet di Nicholas Antongiavanni (aka Michael Anton), dal quale alcuni passaggi di questa serie sono ispirati.

Circa l’ardente necessità di difendere l’arte di portare la cravatta.

Il primo elemento che permette di giudicare lo stile di un uomo è la sua cravatta. In effetti questa è talmente rappresentativa del gusto (buono o cattivo) di chi la indossa, che si usa dire che la cravatta entra nella stanza prima del suo proprietario. Se i motivi della cravatta, i colori, la materia sono appropriati alla situazione e di buona qualità testimoniano immediatamente il buon gusto del proprietario, mentre se la cravatta è abbinata male all’abbigliamento, o, peggio, è inadatta alla situazione (e abbiamo continuamente testimonianza di autentici disastri sartoriali come persone che in occasioni formali indossano cravatte con motivi grotteschi, come personaggi dei cartoni animati, verdure varie o “logo” di marchi ostentati) diventa un vero e proprio marchio del cattivo gusto.

Prendiamo l’esempio di Bill Clinton, ex-presidente degli Stati Uniti, uomo del quale nessuno mise mai in discussione l’eleganza, nemmeno in mezzo alla tragicomica bufera sollevatasi in seguito alla tresca con la (mediocremente) attraente Monica Lewinski, dato che indossava sempre cravatte esemplari e sapeva padroneggiare alla perfezione l’arte di scegliere la cravatta in funzione della situazione e dell’occasione.

Per entrare nel cuore del soggetto, bisogna innanzitutto considerare che esistono complessivamente sei tipi di cravatte corrispondenti a sei livelli di formalismo: le cravatte “club”, le cravatte a righe, le cravatte a pois, le cravatte a motivi geometrici, le cravatte unite e, infine, tutte le altre. Le prime tre categoria sono meno formali delle due successive, mentre l’ultima è spesso quella che contiene i modelli più volgari.

Bill Clinton aveva capito quindi come comprare delle belle cravatte e quale cravatta comprare in funzione dell’occasione, e per questo, come detto prima, è rimasto impresso nella memoria di molti come un uomo elegante, nonostante i suoi completo fossero spesso di qualità mediocre.

Questo proprio perché la cravatta diventa l’asse portante attorno al quale ruota tutto il guardaroba maschile moderno. In effetti, anche se tutti gli abiti che indossiamo sono concepiti in modo da poter essere portati con o senza la cravatta, è la sua presenza o la sua assenza a costituire la prima regola di ogni codice di abbigliamento, scritto o no.

E se un giorno la cravatta sparisse completamente, temo che l’arte sartoriale non tarderebbe a seguirla nella tomba.

Questo perché la cravatta costituisce oggi l’ultimo elemento puramente estetico sopravvissuto alla purga operata da Brummell nel XIX secolo, che ha visto cadere sul campo la parrucche incipriate, le “culottes” di seta e i mantelli di broccato, ossia tutti gli elementi dello stile che non avevano alcuna reale utilità pratica in termini di calore, di protezione o comfort.

La cravatta nasce come affermazione di sprezzante superiorità rispetto alle categorie plebee dell’utile e del necessario: “io acquisto bellissimi tessuti in seta per il solo piacere di annodarli intorno al collo, senza preoccuparmi minimamente del fatto che possano essere rovinati, bruciati, strappati sul campo di battaglia, durante un duello o una partita di caccia.”

E se domani sparissero le cravatte, v’è da temere che in un (maledetto) giorno qualcuno possa mettere in discussione la camicia, obiettando che esistono sistemi molto più comodi e semplici di coprirsi il torso, e infine, abbandonare il completo in favore di giacche a vento, sicuramente efficaci e meno dispendiose.

Non è un’esagerazione: basta osservare come quotidianamente la nostra società evolva verso una becera trivialità, ossessionata com’è dall’idea dell’utile e da una spiccata avversione verso tutto ciò che è estetico, filosofico e in un certo senso trascendente…

E’ quindi fondamentale proteggere l’ultimo bastione dell’estetica maschile, la cravatta, oggetto il cui profondo fascino proviene dalla sua perfetta inutilità.

L’origine della cravatta è sconosciuta, nonostante esistano numerose teorie circa la sua genesi, alcune delle quali arrivano fino all’Antica Roma. La teoria più comunemente ammessa è quella che la cravatta discenda dai foulards portati dai soldati dei reparti di cavalleria croata nel XVII secolo e che la parola “cravatta” sia una corruzione di “crovatto” (ossia croato), giungendo poi alla forma attuale attraverso la mediazione di Brummell.

Nel prossimo articolo della serie parleremo delle regole fondamentali necessarie per scegliere le proprie cravatte in funzione del completo, della camicia ma anche, e soprattutto, delle situazioni e delle occasioni.

A presto, quindi…

Cheers, HUGO.