Piccolo trattato di “Sprezzatura”

Hugo JACOMET

“…e per dir forse una nuova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura,
che nasconda l’arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi.
Da questo credo io che derivi assai la grazia.”

(Baldassare Castiglione)

Gentlemen,

nel terzultimo numero della nostra rivista preferita (The Rake) l’immenso arbiter elegantiarum Bruce G. Boyer ci ha pregiato di un magnifico articolo nel quale tentava di analizzare la celeberrima “nonchalance studiata” che rende gli eleganti del Bel Paese così celebri nel mondo.

Basandoci in larga parte su questo articolo, abbiamo elaborato un piccolo trattato di “sprezzatura” destinato a tutti quelli tra noi che desiderano coltivare quest’arte sottile, raffinato intreccio di elementi barocchi, di un gusto decadente un tantino cinico e di un distacco totalmente artificiale.

“Non badare troppo alle apparenze quando devi giudicare la sincerità delle persone.” Così il noto epistolografo Lord Chesterfield ammoniva il proprio figlio. “La vita, infatti, è più piacevole prendendo le persone così come sono e non come sembrano essere.”

Che pensiero originale, che pensiero delizioso!

Ipocrita.

Ecco una lezione fondamentale che sembriamo aver scordato oggi: la buona creanza risiede anche nella piccola bugia, nelle omissioni, nel complimento gratuito, nella trascurata frivolezza e nell’abilità di dissimulare le proprie fatiche.

Le piccole raffinatezze, o, come avrebbero detto una volta, le buone maniere, erano un lubrificante nell’ingranaggio delle ineguaglianze sociali.

Ora, appunto, pare proprio che il punto fondamentale di ogni questione sia il conflitto sociale. La moda mediatica del momento pare aver completamente cancellato la preziosa idea del diritto individuale all’intimità per ergere invece l’indiscrezione continua e il voyeurismo a diritto pubblico. L’orribile eufemismo con il quale viene, in modo politicamente corretto, definita questa degenerazione bovina è “trasparenza”, ossia la convinzione naïf e dannosa per la quale vita privata e pubblica debbano essere due sfere indivisibili o che, ancora peggio, non debba esistere del tutto una sfera privata della vita.

Il punto è però esattamente questo: chi crediamo di essere noi per arrogarci il diritto di mettere becco negli altrui panni sporchi e passarli al setaccio del nostro sguardo inquisitorio? Potrà anche sembrarvi un “pourparler”, ma forse è giunta l’ora per noi amanti dello stile d’essere un tantino, forse, “ipocriti”, se vogliamo difendere il diritto a un poco di intimità. Iniziamo a considerare dunque queste piccole indispensabili menzogne come una sorta d’ironia difensiva, come una corazza invisibile dietro alla quale difenderci dalla volgarità e dal pensiero unico imperanti in questo mondo mediocre nel quale siamo costretti a vivere.

D’altro canto, non è forse tempo di riprendere confidenza con le virtù di uno stile di vita sociale “cortese”? La Storia pullula di esempi, ma senza dubbio colui che ha definito meglio le caratteristiche di un simile stile di vita teorizzando magnificamente la differenza fra “posa” e “disinvoltura” è Baldassare Castiglione, il grande codificatore della buona educazione nell’epoca rinascimentale.

Il suo trattato, “Il Cortigiano” (pubblicato per la prima volta a Venezia nel 1528), era concepito come un manuale destinato ai gentiluomini, una sorta di summa degli ideali mondani dei tempi radiosi del Rinascimento.

L’argomento centrale de “Il Cortigiano” ruota intorno al seguente interrogativo: come bisogna presentarsi agli altri? Come comportarsi nella grande arena della vita sociale? Il grande contributo che Castiglione diede alla letteratura sull’etichetta è l’aver avanzato l’idea che, se non accompagnata dalla grazia, la sola cortesia non può essere perfetta e che, per raggiungere le vette nella raffinatezza, è necessaria un’inclinazione particolare per lo stile da lui definita “sprezzatura”.

Questo termine, purtroppo ormai desueto nella nostra lingua, non indica la semplice “nonchalance”, quanto piuttosto la sottile arte di apparire il più possibile naturali e spontanei. Si tratta di un distacco disinvolto e aristocraticamente indifferente, avente come fine quello di lasciare trasparire e supporre qualità e meriti molto più grandi di quelli che si vogliono mostrare. L’arte, insomma, di dissimulare pregi e sforzi: l’esatto contrario del manierismo e della magniloquenza che aborriamo.

Più recentemente, lo scrittore inglese Stephen Potter ha pubblicato un libro umoristico sull’argomento (purtroppo non ancora tradotto in italiano) intitolato “Theory & Practice of Gamesmanship”. In quest’opera Potter cerca di codificare un certo numero di astuzie e stratagemmi adatti ad ogni occasione nella quale vogliamo dare prova di un’innata superiorità. La sottile ironia dell’opera consiste, ben inteso, nel mettere per iscritto le regole non scritte che governano le vere competizioni e lotte nella vita.

Un Baldassare più leggero, ma comunque un’ottima lettura.

La “sprezzatura” è il gusto sottile per la disinvoltura, per il fascino, per la tradizione che nasconde le vere forze all’opera dietro le quinte, il disordine, le difficoltà, gli sforzi. L’effetto psicologico che ne risulta è una padronanza noncurante che ci esalta e ci conferisce quell’allure inattesa che troviamo così soddisfacente.

Questa inclinazione studiata per la grazia, questi piccoli tocchi di rilassatezza e di squilibrio volontari, sono diventati ideali estetici più volte ripresi nel corso della storia e possono essere ritrovati in ogni genere di opera.

I giardini inglesi del XVIII secolo, ad esempio, con i loro campi, boschetti, prati e pergolati, svelano perfettamente questo tentativo di dissimulare attraverso l’arte lo sforzo, facendo credere che la forma seguisse le inclinazioni della natura. Paragonate lo stile dei prati all’inglese con i giardini alla francese molto formali dell’epoca: esattamente al contrario, tutto nello stile tortuoso era volto a impressionare lo spettatore, che doveva essere ad ogni costo colpito dalla determinazione con la quale l’uomo voleva sottomettere la natura alla propria ambizione e al suo gusto estetico, opulento e cartesiano. O meglio, come sottolineò il drammaturgo inglese George S. Kaufman, “destinati a mostrare di cosa Dio sarebbe capace se solo avesse dei soldi.”

Come spiega Castiglione, il grande atout della “sprezzatura” sta nella sua sorta di magnificenza dissimulata, un potenziale implicito fin nei difetti che lascia sottilmente rivelare. Un’attitudine che era apprezzata dai cavalieri inglesi, dagli uomini della Reggenza, nell’America di Jackson o nella Francia del Direttorio.

E’ lo stile delle case di campagna inglesi, e il suo cugino americano è lo stile finto-casual che regna nei campus della Ivy League, con le sue “sack suits” discrete e senza padding, le camicie dai colletti “button-down” sbottonati, la disinvoltura di chi porta mocassini da liceale e calzini a quadri con un completo. Una miscela audace di buona educazione un po’ offuscata e di un’entusiasta rilassatezza. Espressioni entrambe ammirevoli di una discrezione volontariamente esagerata…

Lo stile “Neo-Preppy” regna ormai inesorabilmente su scala globale, da Tokyo a Toledo, senza però essere accompagnato dalla “sprezzatura” delle origini. Ai giorni nostri, al contrario, v’è associato un certo nervosismo: tutti paiono ansiosi di sembrare il più possibile menefreghisti. La “sprezzatura” è stata inquinata nel mondo contemporaneo dalla scuola del “cool”, termine impiegato dagli afroamericani per indicare chi sapeva restare “freddo” controllando le proprie emozioni nei momenti difficili.

L’idea di “cool” ha finito per essere associata con il termine “hip”, la via americana all’esistenzialismo, sinonimo di sdegno verso le convenzioni sociali. Era la rivolta di una controcultura contro l’etica lavorativa borghese e il consumismo incarnata, infine, dai figli dei fiori degli anni ’60 e ’70. Gli abbinamenti di stili d’abbigliamento iconici vanno dunque da James Dean alle t-shirt  scolorate con la candeggina degli Hippies.

Ma come raggiungere la “sprezzatura”, questa noncuranza studiata che serve da barriera di difesa fra il privato e il pubblico? Qualche regola esiste, o meglio, possiamo fornire qualche consiglio.

I) Preferire il leggermente sgualcito rispetto al nuovo ultra-liscio (a questo proposito merita d’essere menzionato il commento di Nancy Mitford a proposito delle decorazioni degli interni: “Tutte le belle stanze sono delle stanze un po’ vissute”).

II) Un tocco di eccentricità romantica.

III) Una preferenza marcata per gli abiti che hanno almeno l’aria di essere comodi.

IV) L’idea di armonia e contrappunto, fondata su un’indole sicura.

Nella sua illuminante biografia di Noël Coward, Cole Lesley da non solo un esempio profondo della personalità di Coward ma ci offre anche un’utilissima lezione di quella che potremmo chiamare « l’arte del contrappunto »

Dopo i suoi primi successi come giovane scrittore, Coward fu invitato a una riunione al club Tomorrow, un circolo di scrittori che contava fra i suoi membri la maggior parte dei grandi scrittori di successo d’allora: John Galsworthy e Rebecca West, Somerset Maugham, H. G. Wells, Comtpon Mackenzie, E.F. Benson e Arnold Bennett. Non conoscendo le abitudini, Coward indossò uno smoking e si ritrovò solo in mezzo a tutti gli altri vestiti in maniera informale. Percorrendo fiero la stanza, si trattenne giusto il tempo per poter dichiarare: “Spero che nessuno di voi si senta a disagio”.

Per dirla con altre parole: quello che importa agli altri non deve interessarvi e viceversa. Qualche buona vecchia ruga distingue sempre l’uomo dal ragazzo, perché inevitabilmente il novizio cerca di apparire impeccabile e conforme – ed è proprio la che si annida il grande errore e la trappola. Un vecchio stratagemma consisteva nel mettere in evidenza questo tentativo di perfezione immacolata e distruggerlo. “Come fate ad apparire sempre così curato? Io non trovo mai il tempo per prepararmi!”, ripetendolo finché tutti si fossero accorti di quanto fosse vano e superficiale questo sforzo.

La sprezzatura è ricercare la perfezione, coltivando nel contempo l’arte di dare l’impressione di non applicarcisi affatto.

E’ questo senso dell’innato, dell’istintivo che fa tutto. Un uomo che abbina tutti i colori che indossa, è, secondo noi, qualcuno che ostenta, perché sono i suoi sforzi ad essere mostrati, e non il suo talento.

Infine, tutto sta nei piccoli dettagli: preferiamo decisamente Fred Astaire che indossa una camicia sbottonata con un gilet incrociato piuttosto che il duca di Windsor che accumula motivi vistosi per il solo gusto di vedere fino a che punto può spingersi. E’ l’illusione più semplice, come la descriveva Lord Brummell in una celebre quartina auto-ironica:

Il mio foulard, ovviamente, richiede tutta la mia attenzione

Perché è da quello che noi, rappresentati dell’eleganza, ci riconosciamo

E questo mi costa, ogni mattina, qualche ora di sforzi,

Per dare l’idea d’esser stato annodato alla svelta.

Come Brummell sapeva molto bene, i principianti cercano sempre di avere l’aria perfetta, mentre gli eleganti “stagionati” fanno la scelta del rischio calcolato. Invece che questo tentativo di perfezione votato al fallimento, cosa v’è di meglio che apparire leggermente approssimativi e un po’ misteriosi, piuttosto che ostentare una “logo” triviale e volgare sul proprio petto?

E’ il vago a garantire la sicurezza. “Dove ho acquistato queste scarpe? Eh, me le ha fabbricate un calzolaio in uno di quei negozietti da niente che paiono dei tuguri nei vicoli malfamati di Budapest. Il posto puzzava di cadavere ed era letteralmente stipato dal pavimento al soffitto di pile di cuoio.” Mostrarsi perfettamente ignoranti di ciò che è evidente, non conoscere la propria taglia, o fingere di non sapere di che tessuto è fatto un abito (“si dice che i soldati lo utilizzassero per pulire i cannoni in Crimea”) è sempre un’ottima idea. E’ talmente frustrante per gli altri vedervi così bien vestiti senza che voi mostriate di aver alcuna conoscenza in materia.

L’impressione di modestia e usura è sempre da preferirsi al nuovo e al rilucente.

Non a caso i migliori e più anziani fra i sarti di Savile Row ritengono che complimentarsi con un cliente del suo nuovo completo sia una sorta di fallimento per chi l’ha cucito.

Ricordo la prima volta che fui vittima di questo stratagemma, messo in opera in modo molto efficace, tra l’altro. Stavo intervistando un gentleman, membro di una delle più potenti famiglie di Philadelphia per un articolo sulle tenute formali. Fui abbastanza stupido da chiedergli dove aveva acquistato il suo abito da sera. “Oh signore…” mi disse con una voce strascicata, “io non acquisto abiti da sera. Io ho degli abiti da sera.” E mi lasciò così, facendomi sentire nettamente inferiore. “Non acquisto vestiti da anni” è una battuta quasi imbattibile perché qualsiasi replica del vostro interlocutore lo farebbe apparire opportunista e meschino. Certo, questo non  funziona se non nel caso che la vostra tenuta sia effettivamente superiore agli standard in fatto di moda del momento.

E poi v’è la finezza del mescolare generi diversi in modo volontariamente assurdo. Diamo a Cesare quel che è di Cesare: noi italiano abbiamo inventato e poi impiegato questa astuzia alla perfezione. Il Barbour portato sopra un completo da giorno, o una giacca invernale beige tagliata alla perfezione che accompagna un jeans stinto con un vecchio dolcevita in cachemire possono dare una impressione deliziosamente sconvolgente.

E’ lo stesso per il polsino appena sbottonato o per il fazzoletto da taschino leggermente spiegazzato, o le scarpette vissute che fanno passare il messaggio giusto, ossia una risposta sdegnosamente elegante al caos dell’universo. Questo fazzoletto in seta arancione vivo che portate su un doppiopetto in flanella è superbo, ma è frutto di una scelta ponderata o piuttosto un felice risultato del caso?

Coltivare l’aria di non essersi preparati è un must. Un mio amico passa una quantità considerevole di tempo ogni mattina a scegliere diverse combinazioni vestimentarie prima di avventurarsi fuori di casa. Ora, non ammette mai nulla se non “d’aver semplicemente preso la prima camicia che mi capitava a tiro”.

Spesso possono essere sperimentate nuove combinazioni gettandosi nel passato: un paio di bretelle da un negozio vintage, il vecchio vestito per andare a pesca di vostro padre, un cappotto da ufficiale dell’esercito francese, una vecchia cintura alla Sam Browne acquistata in una svendita. Un trucoc leggermente più elaborato è quello di utilizzare oggetti del passato in modo improprio: una scatola di sigari per mettere via gli occhiali, l’ancestrale sacca da pesca come valigetta, una vecchia scatola di chiodi per trasportare qualche pillola di aspirina…

La “sprezzatura” è il grande trompe l’oeil dello stile che si esprime all’interno delle convenzioni della vita sociale. Non esiste una soluzione al dilemma atroce che proviamo nel vedere gli aspetti più intimi della vita delle persone sbattuti in pasto ai confessionali della televisione o dei siti internet, proprio quando colore che provano ancora un qualche senso civico e di responsabilità sono sempre meno? Può darsi che dopo tanto tempo dovremmo forse davvero tirare fuori quei vecchi manuali di buone maniere polverosi e riflettere sulla vecchia concezione di vita pubblica, quando una volta le buone maniere erano il grimaldello per aprire le porte chiuse. Potremmo magari anche ricominciare a insegnare le buone maniere.

Non è questo il fine? L’arte che nasconde l’arte, come l’aveva intuito così bene il poeta inglese del XVIII secolo Alexander Pope: “La vera disinvoltura viene dall’arte, non dalla fortuna, chi sa danzare si muove meglio.

A presto, HUGO